Pesaola sulla panchina azzurra negli anni '60

Pesaola sulla panchina azzurra negli anni ’60

Si è spento ieri, all’età di quasi 90 anni (li avrebbe compiuti il prossimo 28 luglio), il grande Bruno Pesaola, uomo di sport, uomo di calcio, uomo di Napoli. Nato a Buenos Aires, dopo gli anni nelle giovanili del River Plate, si era trasferito in Italia, alla Roma, ma era a Napoli che aveva trovato la sua dimensione vera, concreta. A Napoli bruno è rimasto per 8 splendidi anni da calciatore, dal 1952 al 1960, mettendo a segno con la sua classe immensa e le sue giocate da funambolo del pallone, 27 reti in 240 presenze. Non era certo un goleador Pesaola, ma una che palla al piede sapeva sempre cosa fare e quando farlo, e dotato di quel carisma che solo un capitano degli azzurri può avere. Dopo il ritiro dal calcio giocato, nel 1962, diventa allenatore, facendo le fortune di Fiorentina, Bologna, ma è ancora a Napoli, dove a periodi alterni torna sempre, che si fa apprezzare anche in veste di guida tecnica della squadra con il suo cappotto color cammello e quelle decine di sigarette fumate ad ogni incontro. La città lo consacra come suo concittadino e nel 2009 riceve anche la cittadinanza onoraria della vecchia Partenope, che da ieri, purtroppo, piange l’assenza di uno dei suoi figli prediletti.

Ecco l’articolo apparso sul sito ufficiale del calcio Napoli:

 

Il ricordo del “Petisso” ed il dolore della Società azzurra

Il Napoli piange la scomparsa di Bruno Pesaola leggenda del calcio mondiale e monumento della storia azzurra. A Napoli è stato prima calciatore e poi allenatore. Da giocatore vanta 253 presenze (14esimo azzurro di sempre) da allenatore 306 panchine totali e 237 in campionato, ancor oggi  record assoluto. Ma non bastano i numeri a  scandire la sua epopea.

Quando parlava di se stesso diceva “Mi sento più napoletano che argentino”. E da napoletano se n’è andato oggi a 89 anni. Nato ad Avellaneda e cresciuto col mito del River Plate negli occhi, arrivò da noi nell’Italia del dopoguerra. Lo chiamavano il “Petisso” che in argentino significa “piccolino”, per la sua statura.  Ma nessuno al tempo poteva mai immaginare quanto un uomo così piccolo potesse scrivere una storia tanto grande.

Di Napoli si innamorò subito, tanto da trascorrerci anche il viaggio di nozze con la adorata moglie Ornella. E cominciò la sua avventura in azzurro, prima da calciatore  nell’Era del grande Monzeglio e poi da allenatore conquistando in azzurro due  storiche promozioni in A e vincendo la Coppa Italia nel 1962.

Pesaola non era solo calcio, ma anche letteratura. Discuteva come un saggio, amava le parabole filosofiche. Introdusse l’eloquenza applicata al pallone con un coinvolgente gusto per l’ironia.

I suoi proverbi divennero famosissimi, le sue iperboli sono ancora nel nostro immaginario, il suo cappotto di cammello fu amuleto e simbolo del mito. Lo scudetto da tecnico lo conquistò con la Fiorentina ed ancora oggi nel riflesso dell’Arno lo ricordano come un mezzo miracolo. Ma in fondo all’anima c’è sempre stato il sogno di vincere al Napoli.  Eppure il suo trionfo più grande non è scritto sugli almanacchi ma è riconosciuto dalla gente. Per una salvezza che valse quanto un tricolore, nel suo ultimo anno da allenatore. Subentrò a Giacomini nella stagione 1982/83 e tornò a sedersi in panchina al San Paolo in un disperato Napoli-Genoa. Quasi al 90esimo Ferrario andò a tirare il rigore della vita. Pesaola si voltò, non ebbe il coraggio di guardare. Stretto nel suo cappotto di cammello, baciando un crocifisso appeso al collo, col timore che troppo amore gli facesse scoppiare il cuore. Il San Paolo urlò, lui pianse di gioia. Era così il Petisso. Anche oggi che ci ha lasciato un vuoto che sembra un’immensità. Ed una storia da raccontare per l’eternità.

Il Presidente Aurelio De Laurentiis, i dirigenti, l’allenatore, lo staff tecnico, la squadra e tutta la SSC Napoli partecipano commossi al dolore della famiglia per la scomparsa del grande Bruno Pesaola, il mitico “Petisso” indimenticabile monumento della storia azzurra.